La tutela della salute nelle strutture residenziali socio-sanitarie: un impegno condiviso per prevenire e controllare le infezioni correlate all’assistenza
Progetto Descrizione ed analisi del problema
L’allungamento della durata media della vita sta generando un invecchiamento demografico sempre più evidente. In tale contesto, un cambio di paradigma è rappresentato del recente DM 77/2022 che, attraverso riforme strutturali incentrate su un ruolo più forte dell’assistenza territoriale, intende orientare l’offerta di servizi sanitari con nuovi modelli organizzativi in forte discontinuità con il passato.
Se da un lato l’aumento della popolazione anziana tende a modificare la domanda di prestazioni e di assistenza socio-sanitaria a livello territoriale, sul fronte dell’assistenza ospedaliera si pone il problema dell’ottimizzazione dei costi, che si traduce in degenze ospedaliere più brevi e dimissioni anticipate.
Questi due fattori combinati insieme hanno generato negli ultimi anni un rapido aumento della domanda di case di riposo, strutture di assistenza a lungo termine, strutture residenziali e altri servizi sociali-sanitari per gli anziani, determinando in talune condizioni di criticità sulla qualità e sicurezza delle prestazioni e dei servizi erogati in tali contesti.
Gli anziani, a causa del fisiologico decadimento delle funzioni del sistema immunitario, sono a maggior rischio di acquisire infezioni, specialmente in contesti di comunità chiuse come le strutture residenziali socio-sanitarie. Infezioni del tratto urinario, polmoniti, infezioni della cute e dei tessuti molli, infezioni gastrointestinali, in particolare quelle sostenute da Clostridioides difficile, rappresentano le più comuni infezioni correlate all’assistenza (ICA) che possono essere associate a gravi conseguenze, tra cui disabilità, ricovero ospedaliero e talvolta il decesso. Non va dimenticata anche la facilità in cui determinate infezioni possono trasmettersi rapidamente tra i residenti delle strutture socio-sanitarie per strategie non ottimali di prevenzione e controllo dei focolai epidemici e per un minore uso di programmi di screening atti ad individuare i soggetti colonizzati.
Infezioni severe che portano a un trasferimento di pazienti dalle strutture residenziali territoriali agli ospedali per acuti e di nuovo alle strutture territoriali rappresentano un’ulteriore sfida a causa della crescente prevalenza di microrganismi resistenti o multiresistenti agli antibiotici, come Staphylococcus aureus resistente a meticillina (MRSA), microrganismi produttori di beta-lattamasi a spettro esteso (ESBL), enterococchi resistenti alla vancomicina (VRE), Enterobacteriaceae resistenti ai carbapenemi (CRE) e altri germi gram negativi frequentemente portatori di multiresistenze, quali Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter spp. e a causa della scarsa disponibilità di risorse e competenze per la prevenzione e il controllo delle ICA in queste strutture.
Il tema della prevenzione e controllo delle ICA nelle strutture residenziali socio-sanitarie è stato indagato nell’ambito di studi HALT promossi dall’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC), nei quali l’Italia ha partecipato con un progressivo incremento del numero di strutture partecipanti e della rappresentatività della sorveglianza. In questo contesto di rilevazioni di prevalenza a livello europeo, la finestra aprile-giugno 2024 rappresenta l’ultima possibilità per aderire al progetto europeo HALT-4.
La fragilità dei residenti nelle strutture residenziali socio-sanitarie, in termini di prevenzione e controllo della trasmissione di agenti infettivi è stata ben evidente durante la pandemia di COVID-19. Queste strutture sono state infatti particolarmente colpite fin dall’inizio dell’epidemia in Italia, a causa della vulnerabilità dei loro residenti e della particolare organizzazione delle strutture stesse, nelle quali la socializzazione ha un ruolo importante nella vita dei residenti, come emerge dal rapporto nazionale dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS